LIbertà e vita
Renzo Pegoraro
5/13/20262 min leggere


La “Dichiarazione universale dei diritti umani”, emanata dall’Onu nel dicembre 1948, definisce il diritto alla vita una delle principali prerogative dell’essere umano. Sulla base di questo principio, immagino quanto sia stato difficile, per gli operatori dell’Ospedale Monaldi di Napoli, decidere le cure da fornire al bambino cardiopatico, nel reiterato tentativo, risultato vano, di preservargli la vita. Inoltre, la festa cristiana della Pasqua, nella quale il Figlio del Creatore è condannato a morte per crocifissione, ci fa riflettere sui limiti che tale diritto può incontrare, di fronte all’empietà di uomini/governanti malvagi. I momenti cruciali dell’inizio e del fine vita, per molto tempo sono stati considerati eventi naturali, regolati da ritmi essenzialmente biologici e contrassegnati, al loro verificarsi, da riti di natura culturale legati a tradizioni religiose o a usanze locali. Il progresso della medicina e l’innovazione tecnologica, unitamente ai mutamenti culturali della nostra società, negli ultimi decenni, hanno cambiato tutto: la nascita e la morte di una persona non sono più vissute come eventi definiti dalla natura, ma come fatti sociali che interagiscono con tutta la collettività.Nel riflettere sui momenti cruciali della vita, scaturisce con forte evidenza il tema della libertà individuale, la quale non può essere considerata in modo astratto, avulsa da ogni contesto. Si nasce e si muore dentro un sistema di relazioni, servizi, strutture materiali e psichiche che aiutano e interagiscono con la volontà dell’individuo.Attualmente, la nascita di un bimbo è subordinata a numerosi fattori che comportano lunghe valutazioni, programmazioni e attese. Si decide di mettere al mondo un figlio quando ogni eventuale difficoltà è stata appianata. Benché in Italia, come nei principali Paesi sviluppati, la natalità sia in costante calo, la decisione di diventare genitori rimane una scelta gravosa, esposta a incertezze e paure che rispecchiano l’instabilità del tempo presente. Così anche la fine della vita può essere guidata attraverso un suo specifico percorso, quando questa non accada all’improvviso. Oggi è possibile allungare il ciclo vitale con farmaci o attrezzature tecnologicamente avanzate ed affrontare la questione del fine vita tra scelte mediche, dibattiti etici, richieste di accompagnamento e di autodeterminazione. D’altra parte, occorre considerare che l’allungamento della vita è uno dei grandi successi della modernità. In questo scenario, l’elemento naturale, che pure resta, si ridefinisce in rapporto a norme giuridiche, pratiche sociali e aspettative soggettive. Pertanto le grandi questioni demografiche sono caricate di gravosi adempimenti che, senza adeguate risposte da parte delle istituzioni preposte, stridono con il diritto fondamentale alla vita. Il venir meno delle reti familiari e comunitarie hanno trasformato l’ultima fase della vita in un processo lungo, spesso disumanizzante. Anche qui, come per la nascita, l’essere umano ha bisogno di un contesto sociale e culturale che gli permetta di affrontare la morte non come una rimozione o una soluzione tecnica, ma come parte costituiva dell’esperienza umana, da vivere nel modo più dignitoso possibile.In conclusione, una comunità si può ritenere qualitativamente sviluppata dal punto di vista etico, sociale e funzionale dal modo in cui accompagna i suoi membri a superare i due momenti cruciali della vita. Oggi, più che mai, occorre recuperare una visione integrale della vita, che tenga insieme libertà e responsabilità, individuo e società, diritto e cura. Solo così è possibile superare con dignità e coscienza le soglie fondamentali del vivere umano.
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